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intervista a Barbara Boninsegna e Dino Sommadossi - DreamCatcher : DreamCatcher

 

Drodesera: una decina di giorni di spettacoli, concerti, mostre che quest’anno accoglie il nome di “We Folk!”, “noi, popolo!” – un titolo che può diventare un’occasione per conoscere non solo il festival di Centrale Fies ma anche il progetto di una struttura che ha voluto investire sulla continuità e su un lavoro di residenza che dura tutto l’anno, su modalità di lavoro sostenibili e, non ultimo, sugli ambienti (fisici, ma anche artistici e umani) che qui si rigenerano ogni anno.

Thirtysomething > Caracatastrofe > We Folk! cos’è successo in questi 3 anni?
Barbara Boninsegna: Abbiamo iniziato nel 2010 indagando la crisi dei trentenni. L’anno scorso con Caracatastrofe abbiamo provato un’accezione più leggera, pensandola come cambiamento possibile… e quest’anno abbiamo deciso di raccoglierci tutti quanti in un We Folk! …e di sperare realmente che le cose vadano meglio. Qui andranno meglio – ne siamo sicuri.
Dino Sommadossi: I tre momenti sono un percorso che cerca di interpretare quello che succede, una condizione esistenziale difficile: con Thirtysomething quella dei trent’anni, con la difficoltà di avere un progetto di vita; anche Caracatastrofe si riferiva a questa condizione, ma in quel caso si trattava di accettarla e provare a interpretarla in positivo.
Quest’anno invece c’è un’azione forte: We Folk!, “noi popolo!”, noi siamo popolo. Anche l’innovazione – quando ha radici, quando è portatrice di valori – fa comunque parte della cultura popolare. È un discorso sulla tradizione, sull’innovazione… sull’invenzione della tradizione. La temporary gallery 2012, ad esempio, indaga su radici antiche, su miti, maschere e riti… Anche all’interno degli spettacoli ci sono rimandi in formati diversi, che – piuttosto che con quelli standard del teatro – hanno a che vedere con riti più o meno sciamanici, con la vita, con quello che pensiamo della nostra vita.
Drodesera è anche questo: non programmazione, non solo un festival – quanto piuttosto un gruppo che si riconosce e trova la propria identità nell’arte e nella cultura contemporanee; e questa identità significa anche rapporti personali, progetti di vita, tentativi di vivere bene e, perché no?, ricerca di felicità. Ecco cos’è questo progetto, lo è sempre stato.

Nella storia di Drodesera, a un certo punto, si è affiancata un’attività sempre più continuativa e permanente: Centrale Fies ha deciso di investire in un percorso che non è soltanto esposizione o vetrina rispetto all’arte e alla cultura.
B.B.: Innanzitutto il luogo ci ha dato una mano molto forte: avere una struttura stabile che permette di essere vissuta ci invoglia – chiaramente con molta incoscienza – a renderci attivi tutto l’anno.
D.S.: Poi c’è da dire che il festival ha sempre cercato di produrre, pur in condizioni… come dire… non istituzionalmente dedicate, senza finanziamenti specifici. Ci sono compagnie nate e sostenute dal festival che sono diventate realtà importanti; ci sono giovani artisti prodotti da noi che hanno trovato strade di un certo significato. Ma c’è una condizione di cui occorre rendere atto: il ruolo del Ministero dei Beni Culturali col famoso Patto Stato-Regioni, un finanziamento che nel nostro caso ha dato origine alla Factory, progetto che ci ha fatto fare un gran salto, perché per la prima volta abbiamo avuto delle risorse supplementari – piccole per il sistema, per noi importanti – che ci hanno permesso di sperimentare un progetto fortemente innovativo, credo unico in Italia, e che hanno dato la possibilità ad alcuni gruppi – allora 5, attualmente 7 – di avere una continuità, senza obblighi e senza legami. Così alcuni di questi giovanissimi artisti, grazie al loro talento ma anche alle condizioni sia economiche che di servizi che siamo riusciti a mettere in campo all’interno della Centrale (dall’ideazione allo sviluppo fino alla realizzazione e vendita di un progetto), sono riusciti a diventare una parte del rinnovamento della scena italiana.

Su cosa state lavorando con la Factory? Idee per il futuro? Desideri, utopie?
B.B.: Fin dall’inizio il mio desiderio è stato quello di arrivare a realizzare residenze come andrebbero fatte: oltre il vitto e l’alloggio, oltre lo spazio, la scheda tecnica e tutti gli aspetti legati alla produzione, vorrei che per chi sta qui fosse garantita una paga e le giornate contributive. Questo è quello che vorremmo arrivare a fare… e ce la faremo, con qualcuno della Factory ad esempio l’abbiamo già fatto. Però vorremmo diventasse una regola: l’artista viene in residenza e gli vengono pagate le giornate lavorative, perché sta lavorando – è importante che questo venga riconosciuto come un lavoro.
Invece per quanto riguarda le produzioni future, proprio in questo momento stiamo cercando di capire con gli artisti della Factory quali siano i loro nuovi progetti: con Pathosformel c’è già un’idea, così anche come con Teatro Sotterraneo. Poi, in questi giorni Codice Ivan ha realizzato un lavoro sul paese e Leo (Leonardo Mazzi, ndr) raccontava di quanto sia stato importante per loro: con la residenza vivono qui da tre anni e nessuno sa chi siano, mentre dopo quest’esperienza le persone hanno cominciato a conoscerli. È un tipo di legame che loro come abitanti di Dro-Fies possono costruire con gli abitanti di Dro-centro: potrebbe essere un’idea coinvolgere tutta la Factory… Ma, come in tutte le proposte, non voglio impormi su niente e nessuno: se sono stimoli che nascono da loro li accetto volentieri, io provo a lanciare qualche idea – se vengono colte mi fa piacere, se non vengono colte mi fa piacere lo stesso.

Pur essendo in questo territorio da diversi anni, il vostro lavoro oggi ha base a Fies, una località piuttosto lontana dal centro di Dro. Ma quest’anno sembra che il festival stia lanciando dei ponti e degli stimoli verso il paese…
B.B.: Intanto c’è da dire che il festival nasce a Dro: è il festival del paese e della comunità. Inizialmente veniva fatta una programmazione molto popolare, come del resto era il teatro di ricerca di 30 anni fa; così come anche delle iniziative assieme al pubblico, dalle feste ai giochi… Si lavorava direttamente con la gente del paese: un esempio – non ultimo – è che molti artisti venivano ospitati nelle case della gente di Dro. Il festival nasce così.
Poi. Poi il tempo passa, il teatro cambia, il paese cambia poco e noi riusciamo a avere questa struttura. Qui investiamo tutto quello che prima portavamo nelle piazze, non essendo in grado – innanzitutto economicamente – di portare avanti una doppia programmazione. Nel frattempo a Dro nascono altre iniziative, il paese non è sguarnito; per cui ci diventa anche difficile riproporre qualcosa in centro, non troviamo il modo giusto per andarci con quelle che sono in questo momento la nostra poetica e la nostra linea. C’è qualche anno di buco – vuoi per le economie, vuoi perché non abbiamo ancora capito come rapportarci nuovamente al paese.

Tre anni fa realizziamo Corpi d’oro – e qui devo ringraziare Virgilio Sieni che mi ha aiutato ad entrare in contatto con alcune persone del paese: 4 donne che sono venute qui in residenza a preparare quel lavoro, stando con noi fino al debutto. Per cui cominciamo con Virgilio: dopo Corpi d’oro, nel 2010 c’è stato Wunderkammern, un percorso nelle case di alcuni abitanti del centro. Lì capisco che c’è un modo diverso per riagganciarsi alla comunità. Quest’anno con i progetti speciali siamo riusciti a coinvolgere più di duecento persone: il collettivo di fotografia Cesuralab ha ritratto i volti delle persone delle famiglie di Dro, i giovani nei loro luoghi di ritrovo, i gruppi sociali del territorio; mentre The city of happiness di Codice Ivan è un lavoro su dieci famiglie piuttosto rappresentative di quella che è la comunità in questo momento. Con Invisible Playground invece si opera su un altro versante, che è quello del gioco: abbiamo in programma alcuni street-game, cui speriamo che la gente partecipi… altrimenti vedranno qualcuno giocare davanti alla fontana della nostra piazza.

Drodesera 2012 è “We Folk!”: qual è la vostra declinazione di “folk”?
B.B.: Cos’è una declinazione di “folk” se non noi stessi in questo momento? Io, te e Dino con le sigarette e il registratore… e un “grigliato” speriamo corretto sul tavolo! Ecco il folk che noi ricerchiamo quest’anno. Poi ovviamente ci sono i krampus, i cowboys e i pretzel, ma quello è soltanto un mezzo: il “folk” sta per “noi”, per noi popolo… per loro che arrivano con 4 albicocche nella borsa per andare a fare le prove; per la signora che passa a chiedere informazioni sul festival; per il ciclista che si ferma perché ha sete, pensa di trovare un bar e scopre che invece c’è un teatro.
Questo per me è folk in questo momento – in questo momento… sempre!
D.S.: Il nostro folk di quest’anno credo sia l’opposto del folk banale, kitsch e falso che viene proposto ai turisti per inventarsi un territorio. Qui si tratta di rapporti veri, di radici profonde. Da questo punto di vista è un festival molto folk, molto autentico. E popolare perché siamo popolo anche noi.