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Andros Zins-Browne - The host - DreamCatcher : DreamCatcher

Andros Zins – Browne
The host 

Che cos’è l’uomo su questa terra, se non un ospite?

Negli anni, nel tempo, l’uomo è sempre andato alla ricerca del suo spazio: ricerca che a poco a poco si è trasformata in una conquista, in una spietata voglia di allargare i propri confini e adattarli ai propri desideri. Diversi film hanno affrontato a loro modo questa tematica, soprattutto quelli appartenenti al genere western, esempi non solo di una natura prevaricata dall’essere umano ma anche di lotte all’ultimo sangue tra persone, per avere uno spazio tutto per sé. Tra tutti C’era una volta il West di Sergio Leone riassume una civiltà priva di scrupoli che avanza, distruggendo un luogo selvaggio per denaro; sostituendo alla bellezza incontaminata e priva di leggi un processo capitalistico malato basato su uno sterile affarismo.

Far and away

C’era una volta il west

Il coreografo Andros Zins-Browne, diplomatosi nella Scuola di danza belga P.A.R.T.S., propone nello spettacolo The host una lotta tra uomo-natura, in cui 3 cowboy cavalcano un territorio impervio e instabile. Una metafora di quel West stuprato e situato nella memoria di ciascuno grazie ai film che lo hanno visto protagonista o alle foto che l’hanno reso celebre (si pensi a Timothy O’Sullivan o a William Henry Jackson). Il pavimento su cui si muovono i cowboys di The host sembra quasi un corpo mutante, un cavallo da domare e da addomesticare, tanto è mobile e pericoloso per l’uomo stesso: concepito come un grande set che cambia la sua natura in un continuo rigonfiamento dato da palloni aerostatici, il suolo diventa modellabile e al tempo stesso continuamente in divenire.

Timothy O’Sullivan

The host – foto di Alessandro Sala

William Henry Jackson

Se dapprima i cowboy tastano pian piano il terreno, come fosse quel west vergine fin’ora decantato, poi a poco a poco si tuffano nel mezzo, si arrampicano e si contorcono, abbracciando e colpendo le alture riprodotte in scena, facendole a pezzi e negandogli la loro grandiosità: l’aria che le modella va dissipandosi e non rimane altro che un orizzonte piatto su cui è semplice camminare. La conquista è terminata, proprio come quella ferrovia costruita in mezzo al nulla in C’era una volta il West: qui si distrugge una natura incontaminata e selvaggia, sostituendola con una civiltà che la priva di ogni tipo di bellezza e vi appone le proprie leggi.
Da qui in poi inizia la rovina: i cowboy danzano a ripetizione su un terreno che a poco a poco si rigonfia, portando i tre uomini a resistere e continuare a muoversi seppur perennemente a rischio di caduta e scivolamento; una metaforica ribellione della natura che inizia a riprendersi ciò che le era stato rubato.
Nonostante il pericolo, gli uomini continuano la loro danza – che ricorda quella delle balere, composta di passi superficiali tipici di una figura eroica quale il cowboy, completamente svuotata delle caratteristiche che un tempo la contraddistinguevano – evitando di scendere a qualsiasi compromesso che potrebbe portare a un equilibrio tra civiltà e territorio.
Ma non vi è fine alla miopia: anche se cadono gli uomini si rialzano e riprovano, sordi a un pericolo che incombe: è un fallimento di un’evoluzione che rimane indifferente e lasciva di fronte alle leggi interne della natura che sembravano non esserci quando il territorio era stato conquistato, ma che prepotentemente esplodono. Forse è troppo tardi per un patto con Madre Natura…

 

Video The Host