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Codice Ivan - The city of happiness - DreamCatcher : DreamCatcher

Codice Ivan

The city of happiness

piazza garibaldi

piazza volta

via portici

oggi si parla tanto di non-luoghi, eterotopie, distopie… sembra che il luogo, lo spazio fisico che viviamo, sia diventato ostile, asettico, ai limiti dell’inabitabile. marc augè, capofila di questo pensiero più o meno catastrofista, dalla fine del secolo scorso, tuonava contro la minaccia della progressiva spersonalizzazione dello spazio pubblico. “non-luoghi”, appunto: come se la società contemporanea fosse dominata da spazi (innanzitutto i “mostri” del centro commerciale e della sala d’attesa) che hanno davvero perso quelle che augè ritiene le caratteristiche fondamentali affinché un luogo sia definito pubblico – ovvero essere: identitario, storico, relazionale. gli spazi del contemporaneo non lo sono, quindi: non-luoghi. manco stessimo parlando di gotham city.
è facile accompagnare la riflessione di augè e compagni a tutte le utopie (geografiche e mentali) che si sono tentate di costruire fino all’altro ieri: spazi altri, totalmente separati dalla durezza della quotidianità, fondati su leggi di vita e norme di comportamento alternative. fieramente autarchici. affascinanti. fondamentalmente insostenibili.

the city of happiness di codice ivan, nella tappa di Dro (che è la terza di un progetto di arte pubblica di più ampio respiro), lavora in tutt’altro senso: né per la costruzione reale o ipotetica di nuovi spazi illusivamente migliori / né alla critica delle asfissie implicate nella gestione dello spazio pubblico in epoca contemporanea. codice ivan, anche in questo progetto, si interroga sull’esistente, gira la domanda agli altri, interviene con l’ormai solita discrezione nei meccanismi che ogni giorno diamo per scontati.

via capitelli

via torre

via monte grappa

il punto è il rapporto fra pubblico e privato: una serie di immagini, scattate all’interno delle abitazioni di alcune famiglie di dro, vengono poi esposte sulle pareti esterne di quelle stesse case. lo spazio è allo stesso tempo il proprio interno ed esterno, il confine della parete non è un limite che separa quanto piuttosto una soglia che unisce: il luogo è costruito dalle individualità che lo abitano, anche se spesso non si possono vedere e restano nascoste all’interno delle proprie case. termini (e logiche) come non-luoghi, distopie, eterotopie non sono più minacce, ma si trasformano in curiosi monumenti di una corrente di pensiero che ha fatto il proprio tempo; finiscono con affetto nel polveroso baule del postmoderno.

oggi, dopo l’aurea stagione della rivoluzione collettiva con le sue vertiginose utopie e dopo quella contrazione che ha determinato il dilagare dell’individualismo più sfrenato, il tentativo percorribile è forse quello delle possibili ricomposizioni fra soggetto e società.
il lavoro di centrale fies torna nel centro di dro con il processo finemente lavorato da codice ivan a scavare i limiti, che allo stesso tempo esistono e non esistono, fra interno ed esterno, pubblico e privato, soggetto e società; a tracciare le possibilità concrete per un modo di fare arte (e cultura, e vita) sostenibile tanto per gli artisti che attraversano gli spazi quanto per quei luoghi che li accolgono al proprio interno.

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via angeli

via capitelli

via fermi