• Nessuna categoria
Accademia degli Artefatti - Sangue sul collo del gatto - DreamCatcher : DreamCatcher

Just what is it that makes today’s homes so different, so appealing? “Cos’è che rende le nostre case così diverse, così attraenti?”, se lo chiedeva Richard Hamilton, con il titolo di un lavoro che è considerato capofila quando non addirittura fondatore di un altro modo di fare arte e di pensare la cultura e l’avanguardia: la pop art assorbe l’estetica ma soprattutto le strutture e le logiche della produzione di massa all’interno della creazione artistica, costruendo – dalle stampe di Andy Warhol ai fumetti di Lichtenstein – un discorso estremamente critico sulla vertigine travolgente della neonata civiltà dei consumi. Sono gli ultimi anni ’50, quelli del dopoguerra, del boom e della ricostruzione. È il mondo anglosassone, che quella guerra l’ha vinta e stravinta; per non parlare di quella dell’industria, della produzione, dell’immaginario.
Happy Days, Elvis, la grande Hollywood e le prime stagioni della fantascienza, tempo libero, elettrodomestici e rock’n’roll… giù giù fino alla guerra in Vietnam e alla contestazione, al postmoderno, alla minigonna, ai concerti di massa e alle manifestazioni di massa – tutti elementi che si ritrovano in Sangue sul collo del gatto che l’Accademia degli Artefatti diretta da Fabrizio Arcuri trae dall’opera di Rainer Werner Fassbinder.
“Cos’è che rende le nostre case così diverse, così attraenti?”, proviamo a vederlo da vicino…

Guardiamo meglio, ancora più da vicino

L’ingrandimento non riesce, l’approfondimento di un’immagine (non più icona, non ancora maceria) scivola sulla propria superficie: reciso il legame fra l’immagine e l’immaginario a cui si riferiva (che l’aveva costruita e che lei stessa aveva riplasmato a propria somiglianza), l’icona è depotenziata, è un fuori fuoco che non sa rappresentare altro se non la propria abbacinante apparenza.
Le figure di Fassbinder, più che personaggi o icone, più che persone o modelli, sembrano figurine vintage da un mondo che non c’è più. Zoommare non porta a un approfondimento o a un focus. Semplicemente si dilata la superficie, i dettagli si sfocano, i frammenti, privati del proprio contesto, fluttuano nella propria incapacità di comunicare e essere comunicati. Così per le figure di Sangue sul collo del gatto: 16 monologhi, 32 velocissimi dialoghi; esposizione di individualità e nessuna possibilità di incontro se non nell’esercizio di potere sull’altro, mentre l’unica vera scena d’assieme finisce con una strage.
Passato e futuro collassano in un presente incapace sia di mettere in prospettiva la propria memoria ma anche di farsi coinvolgere in una qualche progettazione di un possibile futuro. Tutto si sovrappone senza mescolarsi, il testimone passa di attore in attore, da una micro-storia a un frammento dell’altra senza incontri o rilanci, in un testo fatto quasi unicamente di monologhi e di rapidissimi dialoghi: ogni figura esce per qualche momento a tracciare la propria presenza fra passato e futuro. E quando si passa all’incontro e al confronto, il dialogo è impossibile: l’incontro fra la nettezza delle individualità si risolve nell’esposizione delle varie applicazioni di un dispositivo di potere di voracità inarrestabile.
L’esito è un catalogo di umanità molto vario: più che monumenti o personaggi, assomigliano piuttosto a figurine, silhouette ritagliate da una rivista, da un poster, da una cartolina, in un collage sbilenco che si muove per zoom e focus impossibili da approfondire e in cui, forse, il punto sono proprio quei tanti interstizi vuoti, quelle piccole crepe fra i frammenti che non collimano e gli incastri che non vanno mai esattamente a posto.

Sangue sul collo del gatto è il secondo capitolo, assieme a Orazi e Curiazi di Brecht, del Dittico sugli ideali.
Brecht credeva che l’arte potesse (dovesse) intervenire sulla realtà: dimostrare (più che provocare) la possibilità della trasformazione. Aveva anche creato un dispositivo apposta, lo straniamento, innestando una distanza fra il mondo e la rappresentazione per inscenarli come modificabili: gli attori devono criticamente esprimere la propria posizione su quello che stanno interpretando.
L’affresco catturato da Fassbinder – che di Brecht fece uno dei propri riferimenti assoluti – in questo testo del ’68 già tratteggiava i possibili percorsi di implosione di una rivolta in parte consumata anch’essa con voracità, forse assorbita (quando non addirittura prevista) dal sistema capitalista che andava contestando. Lo straniamento brechtiano è reso mutante dall’incontro con la seduzione dei simulacri ormai assestati – contestazione inclusa – dall’ideologia capitalista, dalla mediazione con l’impianto del melodramma. La comprensione reciproca è esclusa, brandelli di comunicazione sopravvivono soltanto nella propria esteriorità.

Nel mondo post-ideologico, all’epoca della crisi permanente e delle nuove frontiere del web, crollati tutti i canoni e i muri, gli ideali e le certezze, che possibilità restano all’uomo per modificare la propria condizione? all’arte per evocarla, rappresentarla? o addirittura per intervenirvi?
In Orazi e Curiazi è in gioco la gestione del potere a livello collettivo, in Sangue sul collo del gatto il taglio è diretto sulla presenza delle diverse individualità.
Lo straniamento brechtiano – figlio dell’ideologia rivoluzionaria del dopoguerra – incontra gli estremi dell’affondo intimistico della scrittura post-rivoluzionaria di Fassbinder in vari livelli di questo lavoro. Anni ’50: il boom, la ricostruzione, le ideologie, la società; anni ’70: la contrazione, la decostruzione, le tendenze, il recupero del soggetto. Allo stesso tempo vicino e lontano dagli slanci dell’uno e dell’altro, questo Dittico individua una forma e un linguaggio capaci di intrecciare immedesimazione e straniamento, coinvolgimento emotivo e analisi, ragionamento, pensiero.
La tensione fra le dinamiche attraverso cui una società si auto-organizza e la collocazione, al suo interno, delle spinte della singola persona – prenda essa le forme dello scarto o della mediazione – è la trama sulla quale si ergono entrambi i pezzi del Dittico. Le coppie di opposti in gioco nello stesso momento sono molte: interno/esterno, soggetto/oggetto, io/noi, emozione/critica.
Lo scarto, in questo lavoro degli Artefatti, sta forse nel modellare contemporaneamente entrambe le polarità in una visione, seppur soltanto per qualche momento, avvicinabile per intero.