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– Marta Cuscuna - DreamCatcher : DreamCatcher

Marta Cuscunà

La semplicità ingannata

 

La semplicità ingannata racconta le rivendicazioni delle donne nel ‘500, nel tentativo di ridare slancio a una rivoluzione di cui non sentiamo più il bisogno, e forse non per un caso fortuito, ma per una precisa strategia che, con modi diversi, ci schiaccia ancora sotto lo strapotere maschile. Ne abbiamo parlato con Marta Cuscunà.


Dal folk alla chiesa: qual è stato il percorso che ti ha portato a mettere in relazione questi universi?
Marta Cuscunà: 
Molto spesso sentiamo dire che è importante difendere le nostre radici cattoliche, e quindi credo che sia importante anche andare a guardare che cosa implichi effettivamente avere queste radici. Per quanto riguarda la condizione femminile nella società italiana, tutte le radici popolari e il modo di vedere la donna nel corso della storia sono legate al mondo della Chiesa.

Rispetto all’immagine della donna nella società contemporanea, mi vengono in mente le ragazze di Femen, un movimento nato per manifestare contro il turismo sessuale e il sessismo attraverso l’esibizione del corpo nudo. In La semplicità ingannata invece viene a mancare qualsiasi tipo di ostentazione della fisicità. Quale credi che possa essere il ruolo del corpo femminile nella costruzione di un modello sociale differente?
Marta: 
Io credo che oggi noi donne viviamo una situazione un po’ subdola, nel senso che siamo solo apparentemente libere di decidere la nostra sessualità, il modo di scoprire il nostro corpo o di usarlo come ci pare, perché in realtà si è ricaduti in altri schemi che ci schiacciano rispetto alla dominanza maschile. Infatti esibire il corpo lo rende un oggetto desiderabile e, quindi, legato al soddisfacimento del desiderio maschile. In un mondo in cui siamo abituate a vedere topless in televisione e nelle pubblicità, credo che il corpo della donna debba essere più accudito e meno esposto, per (ri)scoprire una dimensione “sacra” e acquistare un significato diverso, più prezioso.

Eppure il registro narrativo adottato all’interno dello spettacolo richiama proprio il mondo della televisione, soprattutto nel modo di presentare gli eventi. Mi viene in mente la prima parte dello spettacolo, in cui metti in scena una vendita all’asta di future spose. A cosa è legata questa scelta?
Marta: 
Una grossa questione che ho dovuto affrontare è stata quella di come avvicinare al pubblico una vicenda accaduta nel ‘500, di far sentire che è una questione che ancora ci riguarda: per quanto nello spettacolo si parli di doti matrimoniali – che non esistono più – i meccanismi di “vendita” della donna sulla base di criteri legati alla bellezza sono ancora estremamente attuali. Trasportare quindi questo mondo delle doti nel linguaggio più contemporaneo delle aste al ribasso mi sembrava molto funzionale. Il richiamo al mondo della televisione è un passaggio che secondo me fa il pubblico, perché in realtà ho messo nelle aste fallimentari il meccanismo delle aste matrimoniali.

E come hai lavorato per far incontrare il mondo medievale e quello contemporaneo?
Marta: 
Mi sono concentrata molto sugli aspetti comuni. Quando ho trovato le quotazioni rispetto alle doti – a seconda che la figlia fosse bella, avesse qualche difetto fisico, fosse vergine o avesse un caratteraccio – mi è venuto in mente il mondo dello spettacolo o del lavoro, in cui vali se sei carina e il più perfetta possibile. Anche il fatto che la donna al giorno d’oggi venga usata al posto delle tangenti e delle mazzette, mi fa pensare che equivalga ancora al denaro e a possibilità di guadagno per gli imprenditori. Questa linea attraversa tutto lo spettacolo: penso ad esempio alla parte sulla cortigiana onesta, al fatto che l’alternativa fosse essere vendute al marito, mandata in convento oppure essere indipendente sì, ma puttana.

Da cosa nasce la volontà di trattare le vicende esposte nello spettacolo e come hai lavorato sulle fonti storiche?
Marta: 
Io ho scoperto questa storia durante un percorso di studi teatrali con Massimo Somaglino, il quale ci aveva presentato Lo spazio del silenzio (un saggio storico di Giovanna Paolin sulla monacazione forzata), che avevamo utilizzato come argomento di improvvisazione. In questo saggio, la storia delinea tutto il contesto – che è poi quello che emerge dal prologo dello spettacolo – per poi affrontare due tipi di resistenza particolari. Una è quella dell’Arcangela Tarabotti, una monaca che decide di scrivere e denunciare la pratica della monacazione forzata, riuscendo a farsi pubblicare delle opere, come la trilogia L’inferno monacale, Il purgatorio delle malmaritate e Il paradiso monacale La semplicità ingannata: è quindi lei a descrivere per la prima volta la situazione delle monache forzate dall’interno, cosa che fino ad allora era sempre stata raccontata dagli uomini. L’altra riguarda invece la storia delle Clarisse di Udine e della loro protesta, per la quale è stato fondamentale il lavoro della Paolin perché i verbali processuali dell’inquisizione sono di difficile consultazione, sia dal punto di vista linguistico sia per l’accessibilità agli archivi ecclesiastici.

Da un punto di vista iconografico e visivo, come hanno influito le fonti storiche sulla costruzione dello spettacolo e le scelte sceniche?
Marta: 
Le opere della Tarabotti hanno lasciato un grandissimo segno, infatti per alcune parti dello spettacolo ho usato proprio le sue parole. Per esempio il rituale della vestizione oppure l’immagine della sposa con i soldi in bocca: la stessa Tarabotti afferma che sia le spose che arrivavano all’altare che quelle di Cristo era come se portassero in bocca tutto il loro valore. Ed è sempre lei a raccontare che i padri organizzavano una festa e andavano ad appendere dolcetti e frutta candita agli alberi del monastero per far credere alle figlie che il convento fosse una sorta di paradiso terrestre. Inoltre, per fare in modo che le bambine non si ribellassero, si lasciava che loro vivessero qualche eccezione alla regola, per questo la Tarabotti poteva ricevere libri e scambiare lettere con chiunque. Il suo contributo è stato quindi fondamentale.

Dal tuo lavoro emerge con forza l’immagine della donna come merce di scambio, e credo che sia molto interessante che il racconto della rivolta all’interno del monastero sia affidato a dei pupazzi. Come hai lavorato su questo aspetto?
Marta: 
I pupazzi (realizzati da Belinda De Vito) mi servono da un lato per rendere il senso della comunità: le Clarisse trovano infatti la loro forza nell’essere un gruppo solidale ed essendo sola in scena diventava difficile restituire questo legame al pubblico. Dall’altro, loro hanno attraversato questa soglia in cui l’essere umano perdeva la propria libertà, e quindi si trovavano a vivere una situazione in bilico tra il lasciarsi disumanizzare e diventare pupazzi nelle mani degli uomini. Un altro aspetto che ha inciso molto in questa scelta è stata la consultazione di un sondaggio da cui emergeva che la maggior parte degli studenti dell’Università di Bologna percepisse il femminismo come qualcosa di superato, e le femministe come donne bramose di potere e di sottomettere gli uomini. L’idea di queste rivendicazioni femminili come qualcosa di pericoloso e fuori luogo al giorno d’oggi mi ha fatto riflettere sul fatto che se una donna, in carne e ossa, avesse affrontato questo tema sarebbe stata etichettata come “la solita femminista”. I pupazzi al contrario sono meno pericolosi, per cui si possono ascoltare lasciando passare il loro messaggio senza sentire il bisogno di difendersi e di filtrare le loro parole.

Quello che hai presentato a We Folk! è uno studio. Quali sono gli elementi su cui ti concentrerai per portare a termine il lavoro?
Marta: 
Qui a Fies è previsto un altro periodo di residenza in cui lavorerò sulla parte finale dello spettacolo che racconta l’evoluzione della rivoluzione delle Clarisse, ma soprattutto il processo in cui vengono messe sotto accusa dall’inquisizione e come riescono a “fare fessi” gli inquisitori. Ci sarà infatti il pupazzo dell’inquisitore, e cercherò di mettere in scena – attenendomi il più possibile ai verbali – questa fase della vicenda, in cui loro vengono arrestate, portate dalle guardie in pieno giorno a Venezia, rischiando di finire al rogo perché accusate di eresia. Questo è il nodo da risolvere.